Sapete da dove viene il termine “handicap”?

Non c’è dubbio che mai prima d’ ora si è riscontrato tanto interesse e attenzione da parte dei mezzi d’informazione al mondo della disabilità.

Ma avete mai fatto caso al modo con cui si affronta l’argomento e soprattutto al modo con cui ci si rivolge al disabile?

Il tono degli articoli è solitamente permeato di pietismo, buonismo o sensazionalismo, e quando si parla dei disabili ancora si usano termini come handicappato, menomato, persona condannata a vivere in carrozzella e via di questo passo.

Toni da romanzo d’appendice, parole vecchie e improprie.

Tanto per capirci: sapete da dove viene il termine “ handicap”? Con questa parola si definiva la zavorra di piombo che serviva a livellare la differenza di peso dei fantini nelle corse dei cavalli. Ora ditemi voi se un’espressione del genere non debba essere percepita come un insulto. Io, malgrado i miei limiti motori, non mi sono mai sentito zavorra e, come me, credo anche la maggioranza delle persone disabili.

Ciò che intendo dire è che le parole pesano, le parole definiscono la realtà.

Per fortuna non sono il solo a pensarla così.

Partendo dal “Testo Unico dei Doveri del Giornalista” che riporta all’articolo 6: “Il giornalista rispetta i diritti e la dignità delle persone malate o con disabilità, siano esse portatrici di menomazioni fisiche, mentali, intellettive o sensoriali” la onlus FIABA (Federazione italiana per l’abbattimento delle barriere architettoniche), si è fatta promotrice di una nuova “carta deontologica” per i giornalisti, che insegni loro a parlare correttamente di disabilità, iniziando dall’uso dell’acronimo PRM, cioè “Persona con ridotta mobilità”.

Insomma, è vero che le parole non cambiano la realtà di chi vive una limitazione, ma resta il fatto che il linguaggio non deve mai creare discriminazioni e anzi deve essere accorto e rispettoso dei diritti e della dignità delle persone.

Dario Ricciardi

Fonte: puntofamigliaplus

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