Andreas Seppi: la notte magica

Quante volte abbiamo sognato una notte così: una notte in cui tutto diventa magia, nella quale le gerarchie si ribaltano, le monarchie vengono spodestate per far spazio ad un solo uomo: Andreas Seppi. E’ successo nella notte italiana tra giovedì e venerdì, sul campo centrale di Melbourne (Australia): ha compiuto la più grande impresa tennistica italiana, diventando (solo per le statistiche) il quinto italiano a battere il più forte del mondo, “The king Roger Federer”, dopo 2 ore e 58 minuti di gioco. Ma questa vittoria è molto differente dalle altre, perfino da quella, altrettanto storica conquistata da Volandri nell’incanto del Foro Italico Quelle altre vittorie appartengono a un’era geologica lontana, arrivate con un Roger agli esordi, ancora ragazzino, senza esperienza. Questa invece, è avvenuta con un Federer “maturo”, a fine carriera, che per pochi anni ancora potrà calcare i palcoscenici dello slam. E quando stai per uscire, non ci stai proprio a perdere. Ma dall’altra parte della rete ha trovato un Andreas Seppi davvero ispirato, che non si è intimorito di fronte ai 15.0000 spettatori della Rod Laver Arena, mostrando un tennis perfetto, battagliando punto a punto e azzerando il divario abissale in classifica (numero 2 e numero 46). Seppi è stato bravissimo anche dal punto di vista atletico, emergendo alla distanza, scattando benissimo lungo tutto il campo, coprendo bene la rete e la diagonale lungolinea (preferita dal campione svizzero). Anzi è stato proprio lui, Andy, a incidere con precisione millimetrica con quel colpo (vedi punto dell’incontro). Questa partita non l’ha vinta solo Seppi, ma una nazione intera. È come se tutti noi fossimo volati oltreoceano per stringerci attorno a lui, diventato simbolo di un’intera nazione, proprio nei giorni in cui l’Italia appare sfaldata, con la corsa per il Quirinale che divide più di un derby. Forse è solo un’esagerazione, una di quelle che lo sport regala, ma grazie a questo connazionale di frontiera (Seppi è altoatesino) ci sentiamo tutti più italiani.

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